martedì 31 luglio 2012

In ricordo di Nessie ...


Stanotte ti ho sognata. Non era un bel sogno. Eri vestita  a lutto e avevi un’aria lugubre, triste, smorta come se una tragedia, l’ennesima, ti avesse scavato il volto e deformato i lineamenti, persino l’espressione. La carica esplosiva che ti ha sempre contraddistinta era scomparsa per lasciare spazio a un involucro che ti somigliava a metà.  "Si sogna il contrario di quello che accadrà" ...avrebbe profetizzato mio nonno se oggi fosse qui! Di certo Freud non avrebbe accettato tale interpretazione, secondo il suo pensiero, il sogno è la strada maestra che conduce all’inconscio e quindi quel “tu” poteva anche non essere “tu” ma, un “io” o una qualsiasi altra parte di me, dell’energia della mia psiche che balzava e saltava tra l’Es e Io, giocando a rimpiattino per avere la meglio sul Super Io.
Questo non toglie la sensazione che ho provato, il senso di angoscia, di timore, non ho potuto evitare di interrogarmi e di chiedermi se il sogno non fosse altro che il canale attraverso cui noi due ci siamo sempre inviati i nostri messaggi. Messaggi profondi, assurdi, ma che avevano pur sempre avuto un significato per te e per me, una sorta di allarme per farci intendere che l’altro aveva bisogno di sostegno, di una parola di conforto, di aiuto.
Noi due non c’entriamo nulla l’una con l’altra. Io, tu: due mondi separati, due linee direttrice che non si intersecano, parallele che puntano verso l’infinito ma che occupano spazi differenti. Eppure nel sogno mi hai abbracciata e non mi sono chiesta il perché, forse nel mondo reale l’avrei fatto ma, lì dove il sole avrebbe potuto essere verde e il ghiaccio avrebbe potuto emettere calore, mi è sembrato normale nella sua anormalità, perché anche lì, nel mondo onirico la consapevolezza di non vederci e di non parlarci da sei anni mi lasciava indifferente. Sei anni ricchi di eventi,  pieni, colmi di amori e odi, lotte e difficoltà, di lutti e malattie e soprattutto anni di sogni realizzati.
Non mi piace lo zucchero filato ma, adoro la nuvola che si crea quando viene lavorato, mi incanto a guardarlo, la “sofficità”, la "spugna" nelle mani  è quella la meraviglia che provo ogni volta che mi rendo conto di aver fatto un passo avanti, quando so che gli sforzi compiuti sono stati ripagati.
E tu? Tu come stai? Come hai vissuto lo sgretolamento del tuo mondo? Quando Nessie si è inabissata così in profondità da non concedere a nessun marchingegno umano di individuarla, di capire perché nascondersi agli occhi di chi l’ha amata? Che cosa hai fatto quando hai capito che per te la vita prendeva una piega che credevi di aver stirato bene? Ti sarai presa il tempo necessario per arrabbiarti, piangere e mandare il mondo e l’Universo a farsi fottere? O hai pensato ai tuoi genitori, ai tuoi fratelli, al tuo fidanzato e hai deciso, così a tavolino, come i più venduti best seller degli ultimi anni, che non potevi permetterti di vacillare e di mostrarti umana?
Quando mi hanno detto che ti sei ammalata ho pensato a uno scherzo. "Qualcuno vorrà pungermi sul vivo, fare quei giochetti ignobili per valutare l’affetto che Tizio ha nei confronti di Caio", mi sono detta ma, non era così e mi sono estraniata, mi sono presa del tempo,  per decidere se fare o meno un passo verso di te oppure no. Siamo due estranee, ormai ... eppure come si può fingere che non sia niente l'amore che ci ha unite? Quando l'uno è stato una parte importante dell'altro? Quando crescere è 
significato ridere e superare le diverse fasi della vita con dignità  
grazie all'amicizia? Quell’altro sei stata tu nella mia vita… tu ti sei occupata di quella "me" che andava alla ricerca della sua felicità, tu hai dato una spinta a quella me che era ingarbugliata in una vita troppo stretta per essere vera. Ed è per questo che ti ho scritto, è per questo che non mi sono mai aspettata una risposta ed è sempre per lo stesso motivo che ho deciso di riscriverti, di nuovo, ma qui a casa mia.
Passerai, lo so che passerai da qui, un giorno o l’altro, per sbirciare, per sapere, per correggere qualche errore, per cercare  di capire cosa faccio e dove vado e troverai questa lettera, forse altre lettere e saprai che nel bagliore della vita io esisto come filtro, anche da lontano e che quando mi sognerai, perché so che anche tu mi sogni, verrai qui e ricorderai …
Anna dai capelli rossi e Diana per comunicare di notte utilizzavano una  candela accesa alla finestra, piccoli segnali in codice che squarciavano il buio… ecco questa è la mia candela che non vuole risposte, non vuole abbracci reali, non vuole cambiarti la vita, non vuole imporre la sua presenza … è un segnale in lontananza per farti sentire a casa, al sicuro, viva quando ti sentirai triste e infelice. Quando non vorrai ferire coloro i quali che hai intorno ma avrai comunque la necessità di ripiegarti in te stessa e riflettere ...

mercoledì 25 luglio 2012

I sensi di colpa senza colpa.


Che cosa accomuna la maggior parte delle mamme che studiano e lavorano? I sensi i colpa! E sì! Maledetti sensi di colpa che fanno sentire, anche la migliore delle giostraie ( perché le mamme sono vere e proprie giostraie!) come una buona a nulla, incapace di conciliare famiglia - lavoro - studio e, soprattutto di essere all'altezza di un ruolo tanto importante.




Ricordo una scena del film Sex and the City 2, ad Abu Dhabi  quando Miranda confida a  Charlotte che spesso si sentiva in colpa perché essere "solo" mamma non le bastava! In tanti avrebbero sgranato gli occhi e inorridito ma, non Charlotte  che viveva una condizione pessima e disastrosa, aveva desiderato a lungo, troppo a lungo di vivere appieno la maternità ma, nel momento in cui il sogno era diventato reale si era resa conto che non era per nulla come l'aveva immaginato! 

Una donna dovrebbe avere la possibilità di avere e crescere i propri figli senza rinunciare a se stessa, altro esempio calzante in Desperate Housewives - I segreti di Wisteria Lane,  Lynette è quella, tra le diverse casalinghe, a dover rinunciare a un importante posto di lavoro a causa della gravidanza gemellare, sarà proprio un caro amico a sbatterla fuori dall'azienda in cui lavora, perché una donna incinta, una donna con bambini piccoli è vista come un'assenteista che sarà costretta per volere o dovere a lavorare meno di altre ... e di chi è la colpa? Delle politiche sociali, del nostro amato Stato ... 





Voler migliorare, continuando a studiare oppure
 lavorando per far carriera è visto come una sorta " ma guarda questa non si accontenta mai nella vita!" ... e perché ci si dovrebbe accontentare se si potrebbe avere entrambi ... sia un figlio e sia se stessi? Una donna soddisfatta e felice, una donna determinata nei suoi ruoli sicuramente sarà una madre che inculcherà al proprio figlio voglia di fare e sicurezza! Con questo non sto osannando quelle donne che abbandonano i propri figli a terzi, che mettono il lavoro in primo piano e l'unica cosa che hanno in comune con la prole è il numero del conto corrente necessario ad alleggerirsi la coscienza. Io parlo di donne che lavorano e/o studiano e che durante la giornata riescono a ritagliarsi del tempo per preparare un buon pranzetto al proprio piccolo, che non rinunciano a fargli il bagnetto, che lo coccolano di sera raccontandogli una fiaba, che approfittano del tempo libero per organizzare una gita, che giocano a nascondino anche se l'unica cosa che avrebbero voglia di fare sarebbe quella di lanciarsi sul letto e rimanerci incollati per circa due o tre anni.




Molte donne, dopo la prima gravidanza, sono costrette a lasciare il lavoro o lo studio a causa dei costi eccessivi delle strutture private e della carenza dei servizi statali . Non tutti hanno nonni, zii o parenti che possono sostituirsi a baby sitter e asili nido. 
Tale argomento è oggetto di discussione, ormai da tanto, troppo tempo, a livello politico e sindacale ma con un nulla di fatto! Il telelavoro sarebbe un'ottima opportunità per chi ha voglia di lavorare da casa, mentre asili nido  per i più piccoli, il sostegno economico per assumere una baby sitter , l'inserimento negli asili  per chi ha voglia /necessità di studiare/lavorare e, anche le aziende dovrebbero "riformarsi" a sostegno delle donne.( Con l'asilo sul posto di lavoro!)
Ma la strada sembra lunga e in salita. Per ora a noi mamme non restano che i sensi di colpa, l'incapacità di non riuscire a gestire nulla. Di non fare mai la cosa giusta e di sentirsi altrettanto in colpa qualunque sia  la scelta fatta. L'interrogativo continuerà ad essere: ma avrò fatto bene?

lunedì 23 luglio 2012

Il fu Mattia Pascal


Non avevo mai letto nulla di Pirandello, tranne qualche brano in classe durante gli anni da studente. Sono sempre fuggita a gambe levate dagli autori “pessimisti” ( in molti direte:” a questo punto avrai deciso di smettere di leggere!”) ma negli anni ho scoperto che c’è “pessimismo” e “pessimismo” e quello di Pirandello devo dire è il più affascinante, il più ben articolato in cui mi sia imbattuta finora. Per motivi di studi, quest’anno, ho dato più attenzione a quest’autore decadente e più lo scoprivo e più mi rendevo conto di aver perso molto negli anni. Come si può non apprezzarlo e non rimanere senza fiato dinanzi al suo Pensiero, al suo concetto di Vita e Forma, alla sua filosofica idea del principio di tutto: “Il Caos”, “Il fluido primordiale”?.
Il suo passaggio da poeta ad autore a sceneggiatore, l’ottenuta fama internazionale  grazie all’amore per il teatro, il premio Nobel per la Letteratura nel 1934, tutti percorsi e riconoscimenti meritati e perseguiti attraverso un’attività umana di grande rilievo e di grande impronta morale.
Per chi ancora non si fosse avvicinato a questo Grande uomo, lo faccia perché scoprirà molto, molto di più del semplice autore.
Il primo romanzo che ho letto è stato “Il fu Mattia Pascal” edizione Oscar Mondadori 1987, il libro è ingiallito ma è in buone condizioni. Mi è stato prestato da un’amica che ha qualche anno più di me. Siccome detesto non possedere i libri che ho tanto apprezzato ho deciso di regalarmi “Pirandello. Tutti i romanzi” Newton Compton Editor , “I Mammut” ( che adoro per via del rapporto qualità – prezzo che non è niente male!), sempre della stessa casa editrice “Luigi Pirandello. Maschere nude.” Qui c’è davvero da divertirsi con le sue opere teatrali. Oltre a quelle più famose e conosciute (Sei personaggi in cerca d’autore; Così è (se vi pare)) vi consiglio di leggere “La patente” che, non ha nulla a che vedere con una patente di guida e “Liolà” che trovo un’opera alquanto “vivace” per lo spirito critico e “pessimista” di Pirandello, proprio per questo interessante, arguta e divertente. Ma andiamo con ordine, a suo tempo recensirò anche qualche opera teatrale, per poterne discutere insieme.
Torniamo a Mattia Pascal. Scritto nel 1904, pubblicato a puntate sulla Nuova Antologia, ha avuto un immediato  successo. È il romanzo più apprezzato e più famoso di Pirandello da cui sono stati tratti vari film.
La trama: (Spoiler) Mattia è impiegato presso la biblioteca comunale di Mirano, paese Ligure. Un giorno dopo aver litigato con la moglie Romilda e la suocera Marianna Dondi, vedova Pescatore, decide di partire per Marsiglia, dove si sarebbe voluto imbarcare per l’America. Durante il viaggio fa una capatina a  Montecarlo dove vince una cospicua somma di denaro. Dopo un’attenta riflessione prende il treno per tornare a casa. In quanto era convinto che il denaro avrebbe cambiato di molto il suo ruolo in famiglia ( diciamoci la verità, non era molto apprezzato né dalla suocera né tanto meno dalla moglie!). durante il viaggio di ritorno, per puro caso legge il giornale e scopre che, nella gora di un mulino di Mirano, in un terreno di sua appartenenza, è stato trovato il corpo senza vita e, in avanzato stato di decomposizione, di un uomo che viene immediatamente riconosciuto come il suo. Dopo un primo momento di sbandamento e confusione, Mattia capisce di essere libero, libero da tutti i legami affettivi e sociali in cui la vita l’ho aveva calato dalla nascita. Si dà un nuovo nome: Adriano Meis e viaggia, per circa un anno, tra l’Italia e l’estero, fino a quando decide di ritirarsi in solitudine in una piccola pensione a Roma. Qui commette un fallo, ossia inizia ad allacciare legami d’amicizia con i proprietari e coloro i quali vivono nella pensione. Nel dover raccontare bugie, nell’incapacità di esprimersi come avrebbe voluto, Adriano Meis scopre il divario che si pone tra lui e Mattia Pascal, un divario profondo e incolmabile che si inabissa ancora di più quando gli vengono rubati 12 milioni di lire e non può denunciare il ladro, perché lui non esiste. Viene offeso pubblicamente da un pittore spagnolo e non può battersi a duello e cosa più dolorosa, innamorato ( e ricambiato) di Adriana non può sposarla perché lui non ha un’identità sociale, anagrafica. Così decide di suicidarsi virtualmente lasciando bastone, cappello e un biglietto con i suoi dati sul ponte Margherita del Tevere e fa ritorno a casa, intenzionato a vendicarsi della suocera e della moglie, le uniche a usufruire positivamente della morte di Mattia. Tornato a Mirano, però Mattia scopre che tutto è cambiato. Nessuno lo riconosce e sua moglie si è risposata, ha una bambina e vive felice e contenta con la madre e il caro amato Pomino, ex spasimante di lei ed ex amico di Mattia. A questo punto l’uomo avrebbe potuto far rivalere i suoi diritti attraverso la legge ma non è intenzionato. Va a vivere da zia Scolastica ( un personaggio ostico e duro all’inizio del romanzo ), ritorna in biblioteca per scrivere la storia della sua avventura e ogni tanto fa una capatina al cimitero per far visita a quell’estraneo che giace nella tomba che un giorno sarebbe dovuto appartenere a lui. Se qualcuno lo incontra e gli chiede chi lui sia, risponde “Il fu Mattia Pascal”.
Recensione: il romanzo è scritto in prima persona, è lo stesso Mattia a raccontare la sua avventura quando questa è terminata. È una sorta di raccolta di lettere postume, scritte in ordine di urgenza, seguendo il flusso interiore del protagonista, più che lo spazio temporale. I personaggi sono molti, ben delineati e capita che dalla storia principale si intersecano e prendono vita altre storie.  Quando il corpo senza vita di un uomo viene trovato e scambiato con quello di Mattia, quest’ultimo muore come persona e nasce come personaggio. L’uomo va alla ricerca di una nuova identità, viaggia, cerca nuove emozioni, nuove avventure ma non è disposto a mentire, nonostante si sia creato una “realtà alternativa” nella sua mente, falsi ricordi per rendere la sua vita credibile. Mattia è un anti – eroe. Non vi aspettate un uomo risoluto e determinato. È un uomo confuso, che si interroga sulla vita e sulle sue scelte, incapace di fare il “salto di qualità”. Si sente persino in colpa per quell’estraneo che giace in una tomba che porta scolpito il suo nome. È un uomo, Mattia, che con quell’occhio strabico, che non lo rende certo bello e affascinante, ha una visione diversa della vita. Quell’occhio va “per i fatti suoi”, in cerca di una rotta che non sia quella dettata dalla società, dalle convenzioni, dalle ipocrisie.
Il tema centrale è l’identità: chi è Mattia? Esiste ancora anche quando diventa Adriano Meis? È in vita nonostante la fittizia morte o è un morto – in vita? Ma la tematica si espande e fluisce anche verso altro: dove termina la verità e inizia la finzione? La relatività del giudizio umano, l’impossibilità di pervenire a una verità univoca?.
Mattia implode ed esplode durante il suo percorso esistenziale, peccato che non riesca a riscattarsi come fanno gli eroi e i temerari ma, il bello di questo romanzo è proprio questo, la genuinità, la realtà dei fatti. Le motivazioni che spingono Mattia ad andarsene dal suo paese, a scappare dalla sua famiglia e tutto ciò che lo spinge al ritorno è plausibile, persino banale direi perché appartiene al quotidiano, è di facile immedesimazione.
Consiglio vivissimamente di leggerlo e, per chi si avventurasse nella scrittura di Pirandello per la prima volta, sarebbe più congeniale farlo con questo romanzo dove la tematica filosofica viene trattata con più “disinvoltura”, meno schematica di “Uno, Nessuno e Centomila” e in più il romanzo non ha tracce di elementi del Naturalismo o del Verismo, come i primi due (L'esclusa, Il Turno). (Di cui parleremo in futuro).
Eh! Ultima cosa: nel romanzo sono sparsi (non a casaccio, per carità!) Degli elementi molto importanti ( come l'occhio strabico di Mattia, le sedute spiritiche, il desiderio di adottare un cane!) che nascondono significati molto più profondi ... a voi la caccia ...
Lo so, lo so è una recensione esagerata! Ma dovevo dedicarmi a Pirandello con più attenzione del solito! È un nuovo amore … 

venerdì 20 luglio 2012

Dimmi chi credi di essere e ti dirò chi sei!




Chi credi di essere? Una persona sicura, dinamica, che crede nel proprio sé? Sei sempre puntuale? Ordinata e meticolosa? Convinta che tutti sappiano che tu “sei ciò che credi di essere?”.
Oppure sei una persona emotiva, che si arrabbia facilmente? Ritardataria cronica  che ha difficoltà a gestire il proprio tempo libero? Certa che questo sia il quadro che vedono gli altri quando ti osservano?
In quanti ti credono antipatica e sulle tue, mentre altri cento individui potrebbero firmare con il sangue la certezza della tua simpatia e della tua disponibilità verso l’altro?

Sai davvero chi sei?
Devi convingere te stessa o gli altri?

Ognuno di noi ha una percezione del proprio . Il come una persona crede o è convinta di essere. La propria riuscita sociale, il proprio vissuto corporeo, il come viene percepita dagli altri (ossia l’oggettività!) non sempre combaciano con la realtà dei fatti. Un intricato enigma degno di “Uno, nessuno e centomila”.
Costruiamo noi stessi in relazione all’ambiente socio – culturale e familiare in cui viviamo e attraverso un graduale e articolato processo di socializzazione formiamo la nostra identità: sia personale che sociale. A volte i condizionamenti socio – familiari ci costringono ad indossare delle maschere in cui  non ci riconosciamo dando così una falsa immagine di noi. (Disturbi legati alla costruzione di un falso io).
Altre volte si crea una discrepanza tra ciò che l’individuo crede di essere e ciò che gli altri percepiscono di quest’ultimo tanto da creare una sfasatura tra Sé Reale e Sé Ideale.
Ma cosa sono il Sé Reale e quello Ideale?
Andiamo con ordine. Il Sé è un agente attivo che struttura coerentemente le proprie esperienze e quelle del mondo. Si distingue in Me: rappresentazione del Sé, delle proprie idee e in Io: autore delle proprie azioni.
Secondo Carl Rogers ( Psicologo Umanista) l’Organismo è l’insieme dei bisogni innati (cibo, sesso, sicurezza ecc…) compresi sentimenti, aspirazioni e bisogni sociali che Rogers chiama Considerazione Positiva (approvazione e riconoscimento).
Quando il bambino nasce è in debito di Considerazione Positiva da parte degli altri ed è per questo che ubbidisce ai genitori e agli educatori. Attraverso la Considerazione Positiva degli altri anche lui costruirà una Considerazione Positiva di se stesso tanto da formare un Sé congruente all’Organismo. Quando invece l’Organismo esige di soddisfare i propri bisogni e il Sé non si sente degno, si creano delle discrepanze tanto da trasformasi in alienazione e desiderio di autodistruzione verso se stesso e verso il mondo.
Un altro concetto di Rogers è il Sé Reale ( ciò che sono e che so fare) e il Sé Ideale ( Quello che vorrei poter fare, essere, come vorrei costruire me stesso). Non sempre c’è congruenza tra Sé Reale e Sé Ideale, Si può essere davvero convinti di essere in un certo modo (L’Uno di Pirandello!) ma avere altre mille sfaccettature differenti e contrastanti ( Centomila di Pirandello!) tanto da arrivare a vere e proprie patologie psichiatriche (Nessuno di Pirandello!),psicosi trattabili da psichiatri esperti. 
Noi assumiamo diversi ruoli sociali tanti quanti la nostra società e il nostro gruppo sociale d'appartenenza ci chiedono (Figlia/o, Madre/Padre, Nonna/o, amica/o, professionista ecc ecc…) ma nel viverli a volte ci sfugge chi siamo davvero: in molti esagerano nella considerazione positiva di se stessi, altri invece privi di autostima non riescono nemmeno a capire chi siano in realtà.
Rogers asserisce che difficilmente c’è congruenza tra Sé Reale e Ideale, perché nessuno può davvero fare uno scatto fotografico dell’altro e tantomeno avere una percezione completa di come la società considera e valuta il prossimo.
È per questo che il ruolo dei genitori e degli educatori è fondamentale nell’educazione del bambino, gestire l’Incongruenza è di vitale importanza affinché il bambino cresca sicuro di sé e certo della sua autostima. Altrimenti incapperemo, lungo il percorso dell’esistenza, in individui che recitano di essere chi credono di essere oppure interpretano le maschere o le etichette che la società costringe loro di indossare!

mercoledì 18 luglio 2012

Recensione: Il codice di Hodgkin. Quando la malattia incontra l'ironia.


Il codice di Hodgkin · Quando la malattia incontra l’ironia

Il codice di Hodgkin · Quando la malattia incontra l’ironia
Vi siete mai chiesti cosa significhi il termine “neo sano”? Una rinascita, un nuovo approccio alla vita, guardandola sotto una luce differente, dopo che questa ti ha messo alla prova lasciandoti nuda e indifesa.
Puoi solo afferrarti a ciò che hai dentro per affrontarla nel migliore dei modi. E quale arma più appropriata dell’ironia? Il sorriso, quello che viene da dentro, non quello di circostanza, è ciò che ha aiutato questa giovane donna nella sua sfida più grande: quella contro il cancro.
Un libro che ti fa sorridere, commuovere, sperare e guardare con occhi diversi il “Lord Voldemort” delle malattie.
TitoloIl codice di Hodgkin. Quando la malattia incontra l'ironia
AutoreFantusi Romina
Prezzo€ 14,00
Dati2012, 208 p., brossura
EditoreC&P Adver Effigi 



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"Il codice di Hodgkin" è arrivato a casa mia incartato in un plico bianco, con dedica su carta intestata. Il verde della speranza mi ha ispirato subito allegria, come se il viaggio che stavo per intraprendere non avesse nulla a che vedere con il cancro. Sì, perché chi non conoscesse il sito "ilcodicedihodgkin", potrebbe anche non sapere che esiste la blog - terapia, ossia l'utilizzo del blog come mezzo e metodo per  affrontare il "grande male", far capire "ai sani" quale sia  l'atteggiamento adatto nel porsi verso chi è malato di cancro (anche se secondo me è una regola che vale per qualsiasi tipo di malattia!), cosa significa essere ammalati in una realtà in cui si coltiva il culto della bellezza e della saluta "a tutti i costi" e, come un malato di cancro vede la vita in un periodo della propria esistenza che si dilata quasi all'infinito. Perché di cancro si guarisce e, Romina ne è la prova tangibile ma, i controlli non terminano mai, bisogna sempre stare "su il chi va là"!.
Il romanzo è scritto in prima persona, è la stessa Romina a raccontare la sua "avventura" quando sente di aver metabolizzato alcuni eventi e situazioni. Romina non racconta la storia della sua vita ma, un frammento della stessa, un passaggio al "dopo" a quello che l'ha resa la donna di oggi, attraverso esperienze di vita dolorose che una ragazza giovane come lei non avrebbe dovuto affrontare. A vent'anni ci si dovrebbe preoccupare di ben altro e non certamente del rimanere in vita.
L'autrice alterna i diversi capitoli in episodi legati alla malattia e altri in cui narra dei componenti della sua famiglia, delle persone che le ruotano attorno, di come ha vissuto lei stessa gli incontri - scontri con medici, altri pazienti e alcuni vecchietti che come lei aspettavano il proprio turno per l'ennesima TAC (questo bisogna davvero leggerlo per capirlo!). 
Il rapporto con i genitori, i nonni, i nipoti. Le persone che è stata costretta a "lasciar andare", il come ha scoperto di essere malata, il calvario del "pre - diagnosi" quando nessuno voleva crederle, pensando ingenuamente che fosse una questione psicologica per il semplice fatto che Romina era giovane e a quell'età non ci si ammala! L'incompetenza  del medico di famiglia e il non riuscire a descrivere le proprie sensazioni, le proprie paure! La malattia che viene "accolta" con un sospiro di sollievo: "Sono malata e non pazza!".
Il romanzo di Romina racconta di vita e non di morte, di speranza e non di sconforto. Un viaggio verso la luce della vita e non del buio della depressione. 
Un romanzo che affronta la malattia con tenacia e ironia, con una sorte di " Cancro, muoviti a sparire che io ho tanto da fare!". Una ragazza, Romina, che durante la cura studia, persino con profitto e fa progetti.
Questo non significa che l'autrice sia stata superficiale , che non abbia capito o che non si sia resa conto di quello che le è capitato, anzi era fin troppo consapevole ma ha deciso, che il modo in cui avrebbe affrontato la malattia avrebbe fatto la differenza!
Non posso negarlo: ho pianto! Sì, ho pianto, ho riso, ho esultato, una sorta di empatia abissale, soffocante, ironica, a pelle direi ... ero lei e dovevo scrollarmi le parole da dosso per ritornare a respirare ... riemergevo dalle pagine e mi dicevo "Sono sana, sto bene ..." e poi le pagine mi attiravano e mi trasformavano in Romina, l'inchiostro il suo sangue, le parole la sua carne!
La scrittura è scorrevole, limpida, semplice. In alcuni punti persino "contemporanea", adatta a un pubblico di "giovani sperimentalisti". Si legge d'un fiato e nel voler essere onesta difficilmente si scrollano le parole e le sensazioni da dosso, non sono polvere, non sono solo percezioni, hanno l'effetto di frammenti di ricordi.
La genuinità dell'autrice, la concretezza e soprattutto l'oggettività con cui racconta il rapporto con la madre (ma anche degli altri componenti della famiglia)  sbalza il lettore in una dimensione di suspense, in un labirinto di perché e come ... 
Duecento pagine divise in quarantaquattro capitoli, ognuno dei quali con un titolo ad "effetto", che riassumono tutto il senso del contenuto, tutta l'ironia tracciata tra le righe esplode proprio nei titoli dei vari capitoli. 
Avviso importante: per chi temesse di incappare in un romanzo sdolcinato, in un romanzo - lagna,  noioso si sbaglia di grosso! "Il codice di Hodgkin" vale la pena acquistarlo e leggerlo per l'intensità   e l'ironia e soprattutto per scoprire perché proprio questo titolo! 
Non siete curiosi?
In più se volete cercare di capire chi è Romina, il suo percorso, se volete "tastare" la sua bravura fate un salto nel suo sito vi renderete conto da soli della scritto - ironia! 
Non ha certo bisogno di raccomandazioni!








martedì 17 luglio 2012

Eccomi!














Per chi non l'avesse capito, son tornata!
Pimpante, piena di voglia di fare e felice per i risultati ottenuti ...
La libertà, il tempo libero conquistato dopo tanti anni di studio hanno un dolce sapore ...
Adesso all'orizzonte si prospettano nuovi progetti ...
state in campana Caterina è tornata :) (sembra una minaccia!!!)