mercoledì 20 marzo 2013

Aggiornamento catena di lettura Libero arbitrio romanzo


Volevo farvi sapere che la catena di lettura "libero arbitrio romanzo"  continua, il libro è in mano a Matteo di Storie dentro , mi ha chiesto di dilatare leggermente i tempi perché è impegnato con lo studio e con un viaggio all'estero. 
Quindi non temete, appena Matteo riprenderà i soliti ritmi "Libero arbitrio" riprenderà il suo viaggio.
Vi lascio come al solito, le regole per partecipare (se qualche nuovo viandante fosse interessato) e la lista dei partecipanti con relative recensioni.



Le regole per partecipare sono queste:

  • Essere lettori fissi del blog.
  • Inserire un commento QUI lasciando il link del proprio blog e successivamente inviarmi una mail con i propri dati e l'indirizzo.
  • Dopo aver letto il libro scrivere e pubblicare una recensione.
  • Condividere l'evento sarebbe cosa gradita.



Partecipanti 

Intervista: Sentimenti e moda in un calderone poetico chiamato Antonella Sgueglia.


Antonella Sgueglia, giovane scrittrice napoletana, attraverso le sue storie romanzate, dal forte impatto emotivo, prova ad avvicinare i giovani alla lettura. Piena di iniziative non rinuncia ad avere un rapporto d’amore solido a discapito della carriera. Antonella lavora sodo per poter avere sia l’uno che l’altra. Collabora da marzo 2013 con la rivista Stella Magazine, con una rubrica dal titolo:"I consigli di Cri". 
Cura il blog personale:qui

Ciao Antonella, benvenuta nel mio blog. Vuoi raccontare un po’ di te…

Ciao a Caterina, grazie di avermi ospitata. Ho 28 anni, sono napoletana, studio editing. Lavoro come traduttrice di lingua inglese per un ente di certificazione internazionale e di recente la mia passione per la scrittura è divenuta qualcosa di più.


La tua più grande passione è la scrittura. Come e quando hai scoperto che una passione poteva trasformarsi anche in altro?

Lo scorso anno avevo tra le mani il primo libro che avevo scritto. Dentro c’era tutto il mio bisogno di introspezione. Leggendolo, così come in tutti i miei lavori, trovo molto di Antonella nonostante non racconti le mie esperienze personali. Lo feci leggere a mio marito e aspettai il suo giudizio; essendo un lettore accanito di tutt’altro genere mi aspettavo qualsiasi giudizio tranne positivo. Invece, le sue lacrime di commozione mi fecero capire che poteva donare emozioni e così lo inviai alle case editrici.

Antonella-bambina cosa sognava di fare da grande? E Antonella-donna è il risultato dei sogni di te-bambina?

Antonella-bambina sognava di diventare mamma e professoressa di lingue; alle medie, invece, sognava di diventare scrittrice. Oggi non sono mamma e neppure insegnante ma lavoro comunque nel campo delle lingue straniere e, per quanto riguardo la scrittura, ci sto lavorando su. Nel complesso sono molto soddisfatta soprattutto di essere rimasta pura come da piccina; è una qualità che riscontrano in tanti. In me non c’è rivalità, invidia, cattiveria, nulla. Sono trasparente come i bambini, dico ciò che penso con spontaneità.

A breve pubblicherai cartaceo un romanzo per teenagers che si racconta attraverso la moda, ci dici quando è nata in te l’idea di conciliare le due passioni?

A scuola con portamento è il terzo romanzo che ho scritto, diverso dai primi due sicché rivolto ad un pubblico relativamente giovane. Non sapendo come avvicinarmi a loro e, soprattutto, come far avvicinare le ragazze piccole alla lettura – considerata da molti una costrizione scolastica – ho pensato di inserire quest’elemento importante quanto frivolo rispetto all’argomento trattato di inadeguatezza che la protagonista prova. Non è stato difficile per me, diplomata all’accademia di moda della mia città, anzi è stato alquanto semplice scrivere quelle pagine.

La tua prima pubblicazione è un on demand. È stato un esperimento per sondare il mondo dell’editoria o una necessità in mancanza di un editore che credesse nel tuo lavoro?

Solo un esperimento. Quando decisi di autopubblicare il libro tramite il kdp di amazon l’ho fatto dopo aver firmato il contratto di un altro mio lavoro con casa editrice. Avevo appena terminato la stesura di A scuola con portamento e non sapevo se inviarlo alle editorie, tenermelo o lanciarmi nell’autopubblicazione. Scelsi l’ultima opzione, esclusivamente in formato ebook sicché la mia non era un lancio “imprenditoriale” bensì solo una piccola vetrina per capire come i lettori avrebbero interagito con me e il mio lavoro. È stato un successo che ha destato l’attenzione di diverse case editrici ed è stato allora che l’ho inviato anche ad altre che avevo avuto modo di conoscere nel corso del tempo. Così arrivò il momento di scegliere a quale affidarne i diritti e decisi per la Società Editrice MonteCovello perché è un team giovane ma allo stesso tempo esperto, ricco di preziosi collaboratori, rapidi e disponibile continuamente, di giorno, di notte, sempre.

Sei molto giovane: ci racconti quali sono i tuoi sogni e come vivi questo periodo storico in cui sognare sembra quasi un’illusione?

Dipende dai sogni. In questi ultimi tempi ho incontrato persone le cui aspirazioni erano molto alte e per questo insoddisfatte ossia non si accontentavano di lavorare con piccole o medie case editrici ma volevano sfondare in Italia e all’estero. Io credo sia fondamentale l’umiltà, in ogni campo, perché si deve porre il tutto in mano agli altri e lasciare loro la possibilità di sceglierti. Partire con la convinzione di essere un caso editoriale non ti farà apprezzare i piccoli passi avanti che compirai quando un lettore comprerà il tuo libro e lo recensirà spontaneamente e ti ucciderà alla prima critica negativa. Io scrivo per me, poi lo propongo agli altri e non cambierei mai alcuna parte di un mio lavoro solo per gusto altrui sicché si tratta del mio lavoro e del mio modo di creare.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento?

L’editoria a pagamento è una realtà attualissima. Incredibile quante ce ne siano e con quanta nonchalance di ti dicono che devi comprare le copie. Squallida, questo è l’aggettivo appropriato perché il loro non è un impegno concreto in quanto con il costo delle copie che acquisti tu, a loro rientra la spesa dell’intera pubblicazione. Ragazzi svegliatevi e aspettate un editore serio che nulla vi chiederà.

Quanto sono importanti i social network per uno scrittore esordiente?

Molto, aiutano a farti conoscere. I blog diffondono come possono il tuo lavoro e tu puoi fare lo stesso incontrando persone che non avresti conosciuto altrimenti, instaurare una collaborazione o anche solo un’intesa.

Hai aperto da poco un blog. Ci racconti con quale scopo?

Ho aperto un blog per scrivere le recensioni sui libri che leggo poi ho pensato di ospitare anche autori emergenti e conosciuti e mi sono giunte tante richieste. Intervisto anche personaggi importanti ma non scrittori come speaker radiofonici e conduttori televisivi.

Progetti per il futuro?

Dunque, innanzitutto promuovere il romanzo appena uscito. Ho terminato da poco l’editing degli altri due lavori che usciranno verso Maggio/Giugno, uno con EMV Edizione e l’altro con MonteCovello. Sto scrivendo un quarto romanzo totalmente differente dagli altri. Uscire dall’ambito “online” per stringere i miei lettori e ringraziarli di persona. 

martedì 12 marzo 2013

L'uomo dietro l'autore: David Gemmell

Questa rubrica, a cui ho dato vita moltissimi mesi fa, è la mia preferita perché dà l'opportunità a noi amanti della letteratura di scoprire chi si nasconde dietro le opere che leggiamo. Spesso ci facciamo un'idea degli scrittori: distorta, stramba, aulica, aristocratica, e poi invece quando veniamo a conoscenza del loro vissuto ci rendiamo conto che ci somigliano più di quanto potessimo immaginare. Purtroppo non mi è così facile seguire questa rubrica, come vorrei, per via degli impegni extra - blog e soprattutto, a differenza delle altre, richiede tempo e dedizione ma soprattutto molte ricerche. Appena potrò mi rifarò viva, perché ho già in mente altri tre autori (tra cui due autrici) le cui vite sono molto molto interessanti. 

Adesso bando alle ciance, per la seconda tappa di "L'uomo dietro l'autore" ho scelto David Gemmell, il più grande scrittore contemporaneo di genere fantasy.Ho ripetuto più volte che averlo scoperto per me è stata una vera rivelazione, casuale, durante le feste natalizie di tanti anni fa. Ero alla ricerca di nuovi romanzi fantasy da leggere durante i giorni di festa e mi sono imbattuta nella copertina arancione della Fannucci. Il nome dell'autore non mi disse nulla ma il titolo "Spada nella tempesta" e la trama mi catturarono. E' stato e continua ad essere un amore viscerale, passionale e incantato. Gemmell è un grande e io mi sono perduta nelle sue storie ...

David Gemmel non è molto conosciuto in Italia come lo è stato all'estero. Mi riferisco a lui al passato perché è morto nel 2006 a soli 57 anni. Il suo cuore ha ceduto due settimane dopo un impianto di bypass, l'intervento era riuscito ma "il vecchio rottame che portava in petto" l'ha tradito, proprio negli anni più fecondi della sua vita.

Nato a Londra nel 1948, abbandonò gli studi a soli sedici anni, venne scacciato da scuola perché   organizzava tresche clandestine al gioco d'azzardo. Iniziò così a lavorare come operaio di giorno e buttafuori di notte. Trascorse la gioventù a  fare i lavori più disparati coltivando l'amore per la scrittura e la letteratura.
Collaborò con vari quotidiani come freelance e solo nel 1984, in età matura, scrisse e pubblicò  il suo primo romanzo:"La leggenda", seguito a ruota da "Il re al di là della Porta". Gemmell non ebbe un immediato successo, le sue prime opere passarono in sordina per essere rivalutate successivamente, quando nel 1986 pubblicò "Waylander" che lo portò al successo e gli consentì di abbandonare il lavoro da giornalista per dedicarsi al mestiere di scrittore in maniera completa.

Gemmell fu uno scrittore "di strada", nonostante i suoi romanzi siano di genere fantasy in essi è stata raccolta tutta la violenza e la lotta che appartiene al genere umano. Fu lui a dire che la "fisicità" descritta dettagliatamente all'interno dei suoi libri non è frutto di fantasia ma bensì esperienze di vita, lui che detestava fare a botte fu "costretto" dal patrigno e dalla madre a iscriversi a box, perché era un bambino taciturno, introverso, solitario, senza amici. 

Si riteneva un uomo alto e imperfetto, concetto che la moglie, Stella, provò a smorzare senza riuscirci veramente, fumatore incallito tentò più volte di "disintossicarsi", ma senza sigaretta perdeva parte dell'ispirazione per scrivere, dopo tre mesi di astinenza si rese conto che quello che scriveva "fa schifo" riprendendo così a fumare.

Il suo romanzo preferito era "Lo Hobbit", il primo libro che il Preside delle scuole superiori, ogni giovedì mattina leggeva alla classe, lui irruente e scalmanato si fermava, si sedeva, chiudeva gli occhi e viaggiava, immaginava i mondi creati dalla penna di Tolkien. 

Nel 1993 si prese una pausa dai romanzi fantasy e si dedicò al genere storico. Per non tramortire i lettori con la sua scelta, utilizzò lo pseudonimo di Ross Harding riuscendo lo stesso ad avere successo. Gli ultimi venti anni di vita di Gemmell furono un proliferare di pubblicazioni:

Iniziò a scrivere il primo romanzo nel 1976 in attesa di un esame che avrebbe dovuto diagnosticargli o meno un cancro. La paura di morire lo spinse a evadere attraverso la scrittura. Esasperato dall'attesa la moglie Stella lo spinse "a far altro" e lui in poche settimane diede vita a quello che un giorno sarebbe diventato: "Il ciclo dei Drenai", una bozza piena di cliché che un amico giornalista gli consigliò di rivisitare e migliorare. 



I cicli da lui scritti consentono al lettore la facoltà di essere letti anche separatamente, a differenza di molte altre saghe, i romanzi di Gemmell anche se uniti da un unico filo conduttore, sono autoconclusivi. In più il fantasy di Gemmell non ha nessuna caratteristica del genere a cui ci hanno abituati gli scrittori degli ultimi decenni, ma un fantasy in cui la realtà viene piegata a una visione fantastica, senza fate, elfi, gnomi o altri esseri magici. I suoi sono uomini veri e duri che lottano per conquistare libertà e uguaglianza, dove la lotta fisica è espressione di una realtà difficile. 

Cattolico abbandonò l'idea di scrivere thriller ad alto contenuto di violenza per non promuovere la causa del male, non avrebbe mai potuto "guadagnare" istigando il prossimo attraverso le sue storie. Immaginava se stesso come scrittore storico, i vari personaggi della Storia lo affascinavano, ma la loro cruente fine lo fecero riflettere e desiderare di creare un mondo "ideale" dove costoro avrebbero potuto avere la meglio e vincere, per poter creare un mondo migliore e giusto. Abbandonò così l'idea del romanzo storico per ambientazioni fantasy dove concedersi qualche licenza poetica. 


Si definì un narratore, un "racconta storie" che intrattiene la gente, il Wayne del fantasy, colui che non chiude il processo di apprendimento per non "sfiorire" alla conoscenza. Era convinto di poter vivere fino a novantanni, godersi i due figli e continuare ad agganciarsi alla sua roccia, sua moglie, colei che gli consentiva di stare a galla in una vita difficile: orfano di padre, perse presto anche la madre a causa di un brutto male.

I suoi romanzi non nascono come trama ma attraverso i personaggi, sono proprio loro ad essere identificativi, visto che Gemmell li "prelevava" dal mondo reale: amici, parenti, colleghi ...

Muore lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo: settantamila parole in un file del computer,  trame e racconti sussurrati alla moglie. Stella proverà a ricomporre i pezzi di quei sussurri con la speranza di poter chiudere un altro dei tanti cicli che hanno caratterizzato la vita di un uomo che aveva come eroe Ronald Reagan.

domenica 10 marzo 2013

Premi e domande


Ciao cari follower e viandanti,
oggi desidero dedicare il mio tempo a un premio con il quale sono stata insignita da Dulina di Zollette di zucchero, uno dei blog che amo e che seguo con piacere.

Il premio consiste nel dover rispondere ad undici domande (ma la mente di Dulina ne ha partorito solo cinque, quindi le altre le ho prelevate dal blog che ha premiato quest'ultima!) e passare il testimone ad altri quattro blogs.


Andiamo alle domande:


1. Qual è stato il giorno più bello della tua vita?
Sono una persona fortunata, ho davvero giorni speciali che porto nel cuore per motivi ed eventi differenti che mi hanno riempita di orgoglio, che hanno rafforzato la mia autostima, che hanno reso anche i percorsi più tortuosi degni di essere vissuti, ma il giorno più bello della mia vita è certamente la nascita di mia figlia, quando l'ho stretta tra le braccia, annusandola e riempendomi il cuore e l'anima della sua tenerezza mi sono chiesta se quell'amore, quella pace, quella felicità mi avrebbe consentito di vivere ancora, così come avevo fatto fino ad allora perché in me esplodeva tutto ...

2. Qual è il libro più brutto che tu abbia mai letto?
Oh mio dio! Più che brutto diciamo che mi hanno deluso: Caos calmo di Veronesi e la saga di Twilight, una lagna pazzesca!

3. E il regalo più imbarazzante che ti abbiano mai fatto?
Veramente ne ricordo due: (non pensate chissà che!) il primo è stato un romanzo: Il Signore degli anelli - La compagnia dell'anello. Direte cosa c'è di imbarazzante? Presto detto! Mi è stato regalato dalla mia migliore amica dell'epoca (anni fa) dopo mesi che le avevo spiegato che volevo Lo Hobbit, lei acquistò il primo volume della trilogia convinta di fare cosa buona e giusta rifilandomi invece il primo libro di un romanzo che avevo già letto da tempo! Quando scartai il pacchetto rimasi così male che nonostante il mio malsano tentativo di camuffare delusione e shock lei lo capì comunque!
Il secondo regalo è stato una statuetta della Vergine Maria, io sono cattolica ma non ho quadri o statuette a casa, non apprezzo molto questa forma di devozione, sono convinta che immagini e statuette debbano stare nelle chiese. Immaginate me scartare il pachetto, convinta di aver ricevuto una fata (promessa per giunta perché io le colleziono!) e mi ritrovo la Madonna. Sarebbe potuto andar bene anche così se la tipa non avesse preteso di indicarmi anche il punto dove posizionarla ...

4. Se dovessi andare in un'isola segreta quali sono le tre cose che ti porteresti dietro?
Parliamo di cose e non persone quindi occhiali, senza sono una talpa, rasoio (per evitare di confondermi con le scimmie della zona!) e un computer con la batteria che si ricarica ad energia solare hihihi!!!

5. Hai qualche piccolo rito che ti permette di affrontare meglio la giornata?
Sbaciucchiare mia figlia prima di mettere i piedi a terra e fare colazione in pace, senza fretta!



6) Se dovessi scegliere un unico prodotto di makeup per uscire cosa sceglieresti?  
 Eyeliner  per sempre!

7) Bevanda preferita? 
Coca cola!

8) Qual è il regalo più bello che hai ricevuto?
La mia famiglia ...

9)  Il posto più bello che hai visto o che vuoi vedere? 
Il posto che amo in assoluto e che mi ha incantato è Roma, sono convinta sia davvero la più bella città del mondo. Invece vorrei visitare la Scozia è un sogno che ho da sempre.

10) Ti piacerebbe vivere all'estero? Quale sarebbe la tua più grande paura?  
Sì, partirei oggi stesso se avessi gli agganci giusti (ossia un lavoro, o qualcuno a cui far riferimento!). La mia più grande paura è la lingua, immagino me i primi tempi dispersa in una grande città incapace di capire e farmi capire ...

11) Spendi o risparmi? 
Risparmio, no perché  io sia avara ma semplicemente avendo famiglia, con i tempi che corrono non ci si può permettere di strafare ...

Il testimone passa a:

Le undici domande:
  1. Perché aprire un blog?
  2.  Cosa pensi della blogsfera e della realtà virtuale?
  3. Perché hai deciso di scrivere recensioni?
  4. Cos'ha il tuo blog di diverso dagli altri?
  5. Un libro che non hai saputo interpretare e che ti ha lasciato interdetto?
  6. Qual è il classico che proprio non hai apprezzato nonostante le critiche positive?
  7. Nella vita reale sei così come ti mostri in internet?
  8. Qual è la tua più grande passione?
  9.  Una canzone che ti descrive?
  10. Il film che ami in assoluto?
  11. Un difetto di te stesso che sopporti ben poco?

venerdì 8 marzo 2013

Donne ...


Donna
È accaduto molti anni fa. Frequentavo le scuole medie, nella mia classe il gruppetto dei maschietti portò, il giorno della festa della donna, un rametto di mimosa per ogni ragazzina della classe, e un mazzetto ben confezionato alla professoressa di lettere. Il gesto parve a noi piccole: romantico e tenero, ma quando i ragazzini porsero il mazzetto di mimosa alla professoressa, lei chiese: “Per quale commemorazione?”, “Per la festa della donna”, risposero in coro. “Non esiste nessuna festa della donna”, disse con voce sommessa e calda “non esiste nessuna uguaglianza, nessuna libertà”. Potrete immaginare da voi la faccia dei ragazzini e lo sgomento della classe, un gesto gentile aveva creato un senso di disagio che aveva gelato ognuno di noi, soprattutto perché nessuno aveva capito cosa fosse davvero successo.

A ogni festa della donna quella scena mi ha “flashato” la mente, e quando negli anni ho ricevuto un mazzo di mimosa per la festa della donna, quel ricordo mi ha fatto sentire in colpa, come se nella vita, anche se di giovane ragazzina, non avessi afferrato qualcosa.

doppia identità
Con il tempo la nebbia si è diradata e alcuni tasselli sono tornati al loro posto e, quando ogni anno vengo ripetutamente invitata a "festeggiare" la donna in locali dove l’unica possibilità è ubriacarsi e infilare banconote negli slip commestibili di giovani uomini oliati, immagino la mia professoressa arrivare impettita, dritta come una spada e picchiare in testa, con quel mazzetto di mimosa, donne e uomini e tornarsene a casa più arrabbiata di quando è arrivata.

Che cos'è l’uguaglianza? Me lo sono chiesta mille volte. La parità? Il desiderio della donna di avere gli stessi diritti degli uomini? Quante volte mi sono sentita dire: “Hai voluto la bicicletta? E ora pedala!”, riferito alla mia testardaggine nel voler conciliare famiglia e lavoro; milioni e milioni di volte, spesso anche da donne. Sì, dico e mi dico: “Ho voluto la bicicletta!”, ma il mio desiderio, come quello delle altre donne, non è pedalare da sola ma farlo insieme, per questo esistono i tandem! Avete mai visto un uomo "pedalare" da solo? Io mai! E allora perché nonostante la cosiddetta parità ancora oggi sono le donne a sobbarcarsi le faccende domestiche, i figli e il lavoro, quando gli uomini, con la scusa di essere troppo stanchi evitano di caricare la lavastoviglie e quant'altro,  mentre la donna stanca o meno non può delegare nessuno ed è costretta a rimettere tutto in ordine anche quando è uno straccio? Nella maggior parte dei casi è la donna a sobbarcarsi tutto il peso domestico e il fare da “taxista” ai figli, non lo dico io ma l’Istat con le sue indagini del 2012!

Donne di potere
Donne di potereLe poche donne che hanno un ruolo di potere nel panorama politico mondiale spesso si trovano a essere oggetto di suggerimenti di sorta sulla loro condizione fisica. Ne sa qualcosa la lady di ferro Condoleeza Rice (66esimo segretario di Stato degli Stati Uniti d’America) il cui look fu definito “progettato per il comando, da dominatrice”, la Merkel (Cancelliere tedesco) il cui volto acqua e sapone e i suoi capelli dal taglio classico sono troppo spesso oggetto di discussioni, donna di spessore sì, ma non bella! I colori sgargianti dei vestiti della regina Elisabetta sono stati più volte degni di copertine illustri, etichettati come “semafori”, come se queste donne (e altre) non avessero dimostrato intelligenza, capacità e professionalità! E cosa dire delle principesse ripudiate perché impossibilitate a procreare? (Chi non ricorda la triste storia di Soraya) O diventate anoressiche a causa delle luci dei  riflettori puntati sui loro ventri ancora sgonfi? O sulla loro inadeguatezza al ruolo da principessa? (Letizia Ortiz, Vittoria di Svezia, Masako, Rania di Giordania e come dimenticare Lady Diana e la principessa Sissi?) Quando mai un principe è stato colpevolizzato per la mancata genitorialità o gli è stato chiesto di dimostrare la sua verginità? Eppure ancora oggi, in un mondo che consideriamo civilizzato e paritario, le donne devono sempre dare spiegazioni della loro condizione e della loro posizione rispetto al ruolo che devono vestire, senza  che la struttura su cui sono poggiate le regole del gioco cambino un po’, visto che sono stare fatte e decise a misura di uomo.

Quanti sanno che persino i farmaci che assumiamo nella maggior parte dei casi sono studiati e preparati per l’organismo maschile?

Ci sarebbe tanto da dire: sul femminicidio, donne brutalizzate da uomini che non sanno amare. “Non sei mia? Non sarai di nessun altro”, come se una donna fosse un’auto o la moto dei sogni da tenere in garage e mostrare agli amici solo in giorni particolari… e quelle donne che si sentono brutte, grasse, incapaci nella vita perché ogni giorno si sentono ripetere tali parole?

Credete sia un’esagerazione?


Caterina Armentano femminicidio

Quando ho pubblicato “Libero arbitrio” nel 2010, lo lesse, tra i primi, un professore di una certa età e con un certo bagaglio culturale. Terminata la lettura mi chiamò  per parlarne. Mi disse che gli dispiaceva profondamente se io, in una società così aperta e moderna, interpretassi la donna a quel modo. Ciò lo intristiva. Lo guardai  con un po’ di stupore devo dire, e poi risposi molto decisa che il fatto che io fossi una ragazza fortunata e amata non mi impedisse  di vedere che intorno a me potessero accadere delle cose, e gli dissi anche che spesso il marcio non si trova tra gli umili, ma tra coloro i quali credono di sapere tutto. Fingere che le donne non siano ancora brutalizzate, violate, picchiate è: tapparsi gli occhi per poter credere in un mondo perfetto, come credere che la prostituzione si “estinguerà” a breve (volutamente o meno). Le donne vengono uccise al Nord più che al Sud, in città più che nei piccoli paesi e spesso, sempre più spesso la donna schiavizzata è una donna di successo, colta, che si lascia abbindolare da uomini meschini e violenti privi di autostima o eccessivamente egocentrici.

Figli e lavoro
È sempre la donna ad essere messa in condizione di dover scegliere tra figli e lavoro ( perché non esistono strutture per i piccoli nati a favore delle madri lavoratrici) e se si dovesse prospettare la possibilità di dover partire per far carriera, nella maggior parte dei casi una donna con famiglia rinuncerebbe. A differenza dell’uomo che fa le valigie con più facilità, sostenuto anche da amici e parenti, mentre la donna che viaggia per il mondo “solo per lavoro” è vista come una madre snaturata e una moglie che mette a rischio il matrimonio.

Potrei scrivere all'infinito sull'argomento, versare fiumi d’inchiostro citando chi ne sa più di me e allo stesso tempo potrei far riferimento a fatti e a eventi veramente accaduti, ma renderei questo post solo più lungo e voi più stanchi perché sono cose dette milione di volte, ripetute da anni … eppure NULLA CAMBIA.

Oh, certo! La donna ha conquistato una certa libertà grazie alla pillola anticoncezionale, a quella del giorno dopo e anche all'aborto. Sono cambiati i costumi  sessuali ma la libertà per cui abbiamo e stiamo combattendo non è solo questa ma è un’altra, molto più grande e molto più importante: scegliere, ecco, avere la possibilità di scegliere se diventare madre o meno, moglie o meno, lavoratrice a casa o fuori casa, fare carriera o meno, senza dover per forza rinunciare a qualcosa, senza dover per forza sentirci in colpa, guardarci alle spalle e avere dei rimorsi, e soprattutto senza lasciare a qualcuno il potere di farci credere  che avere tutto sia troppo, e che quel troppo non sia meritato, perché non è vero!





coraggio
Lo scorso anno ho fatto delle indagini inerenti all'aborto,  mi è capitata una ricerca tra le mani in cui veniva asserito, con dati che purtroppo non ricordo, che durante la seconda guerra mondiale la maggior parte degli aborti spontanei erano di feti maschi. Le donne, nonostante la fame, il freddo, le  pessime  condizioni di vita riuscivano a portare a termine solo gravidanze con feti femmine. Le donne già nel grembo hanno una tempra più forte … e non è fantascienza ma scienza, le donne  già nel ventre materno sanno quanto sia necessario tenere duro dal primo istante di vita!                         








giovedì 7 marzo 2013

Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse (con questa recensione partecipo all’iniziativa “Un classico al mese” di Storie dentro Storie #2)


Classico modernoNon è facile per me recensire “Narciso e Boccadoro” di Hermann Hesse per due motivi: prima di tutto è un classico e quindi bisogna approcciarsi alla lettura con le pinze,  seconda cosa l’ho amato per le prime cento pagine, sopportato per altre cento e detestato nelle ultime settanta. Il perché è presto detto.

Boccadoro è un giovane ragazzo lasciato dal padre in convento affinché un giorno diventi monaco. Il  desiderio nasconde un segreto di famiglia che l’uomo custodisce più per rabbia che per pudore. Il ragazzo accetta la scelta paterna in quanto è convinto che questa sia la sua strada e il suo destino, e che soprattutto  ne abbia le doti.
A riconoscere in ciò un grave errore sarà Narciso, il monaco che “getta lo sguardo al futuro”, che non ama nessun simile ma degli uomini conosce il cuore e i pensieri. Pensatore e asceta, è destinato a grandi cose.

Tra i due nasce un forte legame, Narciso si innamora del giovane tanto da imbrigliare se stesso per poter dare a quell'amicizia impari (lui è insegnante e suo superiore) la missione adeguata: ossia scorticare la pelle di Boccadoro e far emergere la sua vera natura di artista. Non senza fatica Narciso ci riesce, facendo ricordare a Boccadoro la madre e la sua infanzia, che era stata del tutto rimossa a causa delle scelte che i genitori avevano fatto per se stessi e per lui. Boccadoro aveva sublimato questa mancanza con la convinzione di dover ripagare il peccato della madre (era fuggita via abbandonando figlio e marito per tornare a una vita da girovaga) diventando monaco e quindi dedicando la sua vita a Dio.


anima e corpo
Quando la verità gli appare per quella che è scappa dal convento, dopo aver salutato l’amico e maestro Narciso e fugge con una donna sposata, che ben presto lo lascerà per tornare dal marito.
Boccadoro diventa un vagabondo, un perdigiorno che gira le terre della Germania alla ricerca  di se stesso, elemosinando, disegnando, uccidendo, raccattando, soffrendo la fame e il freddo. Conoscendo la disperazione e la peste. Ma più di tutto imparando ad amare le donne: ogni notte una diversa, ogni notte una donna che distrutta dal dolore lo abbandona per tornare dal marito (per giunta violento).


Per quanto il girovagare abbia il suo fascino, e Boccadoro cresca d’età in quest’avventura che  consuma gli anni della sua vita, quello che ho altamente disprezzato è il suo rapporto con le donne: Boccadoro è un dio in terra che tutti amano e che solo due donne riescono a rifiutare: una perché   contessa e quindi è costretta a scegliere l’onore alla passione, l’altra ebrea troppo addolorata dalla morte del padre per concedersi a un cristiano il cui unico scopo è quello di infilarsi sotto le sue gonne. Il rapporto di Boccadoro con le donne è impari: lui decide se tenerle o mandarle via, quando una di loro si innamora e vorrebbe tanto costruirsi una famiglia (cosa che lui le fa credere per un po’) non le dà neanche l’opportunità di esprimersi, mentre poi quando quest’ultima muore lui si strugge dal dolore in maniera spropositata nell'immediato, ma consolandosi appena voltato l’angolo.

Boccadoro riesce a diventare Maestro d’arte grazie a Mastro Nicola, un’artista che ha messo radici e che lo vorrebbe al suo fianco nella sua officina, e accasato con la figlia ma anche questa volta Boccadoro fugge: teme di perdere la libertà.
Nella sua vita riesce a portare a termine  tre opere, tutte e tre racchiudono il suo pellegrinaggio, la sua vita, quello che crede di aver appreso dai volti altrui. Boccadoro era partito con una meta: ricordarsi il volto materno e insieme ad esso cercare il volto della Madre Eva, ossia il volto che nell'angoscia  nel dolore, nella morte, nella gioia e nell'estasi hanno le stesse connotazioni. Non ci riesce, non gli riesce nulla  perché pensa solo al sesso e alle donne e perde ogni ragion d’esistere, e quando si rende conto che le donne lo rifiutano perché ormai sta invecchiando questo lo turba, lo turba a tal punto da volere una prova tangibile che gli costerà la vita.

La storia di Boccadoro è una storia interessante, ricca di annotazioni filosofiche. La differenza tra pensiero concreto e pensiero fatto di immagini è davvero sublime, come il distinguo tra l’uomo artista e l’uomo di pensiero che mette subito radici nella mente del lettore, ma la storia in sé è un continuo ripetersi, Boccadoro commette sempre gli stessi errori, non matura, non esiste evoluzione del personaggio, non ho notato una presa di coscienza, un risvolto della sua vita, una cementificazione del suo essere: più cresce, più va avanti, più è libero e più implode, basando la sua esistenza sulla sua capacità di dare piacere alle donne.

Il viaggio, che dovrebbe essere la parte affascinate per ogni lettore, a un certo punto stanca e ci si chiede: e adesso? Boccadoro sbaglia, sbaglia ad ogni percorso e ne esce sempre fuori grazie agli altri, perde la coscienza morale, ma sembra non volersene a male, fino a quando anni dopo incontra di nuovo Narciso e riinizia ad assumere prospettive infantili.

anima e corpo
Narciso invece è un bel personaggio: un uomo chiuso e solo, che lotta senza mostrare le cicatrici, che fa da maestro e da conforto per gli altri ma che a causa della sua intelligenza e della sua misticità è così lontano dagli altri uomini da non riuscire a costruire un rapporto d’affetti. Lui rispetta le persone, cerca di guidarle con la bontà e la sincerità del suo cuore ma non ama nessuno se non Boccadoro.
Un uomo che sta in alto ma che non giudica, che sostiene e ascolta, pronto al dialogo e nonostante la sua capacità “visiva” che non impone quello che sa.

Un bel romanzo per sviluppo narrativo, per potenza espressiva, coerenza dei personaggi ma prolisso nell’accentuazione di alcuni difetti di Boccadoro. E' del tutto insensato per me la scelta del pellegrinare se poi il viaggio non ha meta e non porta il viandante a crescere, ma a morire altrettanto disperatamente come sarebbe morto se fosse rimasto a macerare nel ruolo standard tanto disprezzato.
Il significato profondo del romanzo è palese: Boccadoro è l’apoteosi delle velleità umane, Narciso lo spirito, entrambi agli antipodi cercano la verità nella solitudine delle loro incertezze, ognuno trova pace in quello che è!
Il voler creare la spaccatura tra i due diversi elementi: Boccadoro: arte, passione, vita carnale, realtà, pericoli del mondo, e Narciso: misticismo, logos, ascetismo, mancanza di insidie del mondo esterno, portano l’autore a esagerare. Si arriva alla forzatura, alla negazione della simbiosi e della possibilità di trovare un punto di raccordo. (Esiste anche una via di mezzo!)
scrittore tedesco

Vale la pena leggerlo per quanto riguarda il rapporto tra i due uomini, un rapporto che supera il tempo, le distanze e le differenze. La tenerezza di entrambi sul letto di morte di uno dei due, fa davvero riflettere.

Come fa riflettere il concetto di arte e ascesi, natura e spirito, fra eros e logos. Se amate i romanzi favolistici in chiave simbolica questo romanzo fa per voi, altrimenti rimandatelo a un tempo in cui vi sarà più congeniale  una lettura che potrebbe lasciarvi con un senso di confusione e di incertezza.  

martedì 5 marzo 2013

Se questo è un uomo di Primo Levi (Con questo romanzo partecipo all'iniziativa "Io leggo italiano" di la Fede librovora #2)


Primo Levi lagerNon c’è titolo più azzeccato. Raramente mi è capitato di trovare il significato di un titolo così inerente al valore assoluto dell’opera e “Se questo è un uomo” è un’eccezione straordinaria che fa davvero riflettere.
Mi sono approcciata a questo romanzo convinta di averne letti altri mille: racconti e film, nell'errore di credere di avere abbastanza informazioni riguardando lo sterminio degli ebrei, Primo Levi mi ha denudata di qualsiasi certezza, mi ha lasciata sola in balia delle intemperie e della fame, sferzata da insicurezze e da un senso di disagio, angoscia e paura, sì! Paura da farmi sentire piccola, sola e inerme e soprattutto di aver toccato il fondo, un declino da cui riemergere che diventa scalata faticosa in cui ci si scorticate le unghia delle mani e dei piedi.

L’orrore dei lager l’abbiamo “visto” tutti, attraverso documentari, film, foto e attraverso  “la voce dei libri” ma non ne conoscevamo, almeno io, le gerarchie, le regole. I perseguitati diventano persecutori: i Kapos, ossia gli ebrei e non, criminali con il ruolo di aguzzini. Sono loro a picchiare, seviziare, distruggere. Le SS raramente “si sporcano le mani”, sono entità, come semi – dei distruttori che compaiono per decidere chi finirà nel forno a crematoio.  Gli Haftlinge, sono gli ebrei comuni, coloro i quali arrancano per vivere, che si vedono sottratto tutto, soprattutto la dignità e la condizione di essere umano. I lager non sono solo campi di sterminio ma sono campi punitivi che piegano l’essere umano a condizione animale, riducendoli a larve, che vivono dei propri escrementi.

È un documento duro, crudo, spinoso, che ferisce. “Se questo è un uomo” non condanna nessuno, non punta il dito, non cerca vendetta ma si assume il dovere di raccontare, di dire la verità con taglio asciutto e scientifico, in un impeto di urgenza, con il desiderio che nessuno dimentichi o che dica che ciò che viene narrato sia falso, corrotto dalla bugia o dall'invenzione di un invasato.

Il freddo, la fame, la necessità di dormire, il desiderio di ritrovarsi al sicuro, il duro lavoro, le botte, solo leggendo si può capire cosa sia la lotta quotidiana contro il clima, contro un mostro che sorprende l’uomo da fuori e dentro, che lo circuisce piegandolo a un ruolo da subordinato.
ignominia
Leggendo “Se questo è un uomo” si capiscono cose inconcepibili, che la mente umana non riesce a formulare, da cui rifugge, orrori che la psiche nega con il timore di conoscere il più grande degli orrori: la sofferenza allo stato brado, la sottomissione del corpo e dell’anima, l’incapacità di sperare, di credere di potercela fare.
Cos'è la vita senza speranza? Cos'è la vita senza ribellione e senza desiderio di rivalsa? Nulla, un cammino senza passi. Uomini che circuiscono altri uomini, solidarietà annientata, uomo contro uomo.
Mi ha lasciata interdetta, inerme, piena di vergogna il senso di pudore, di inferiorità che Levi ha provato dinanzi a tre stupide oche, belle, sane, ben vestite che squadravano lui e i suoi amici come se fossero stati abomini, un senso di disagio esistenziale, motivazionale, che mi ha percossa e mi ha fatto capire cosa significhi non avere un posto nel mondo. Lo sguardo degli altri ci dà uno spessore, la consistenza dell’esistenza. Dalla condizione di essere guardati e visti nasce la certezza del nostro essere qui e ora. L’alienazione emerge quando questo sguardo non vede noi ma qualcos'altro  quando ci sottovalutano, quando ci disprezzano, quando non ci vedono affatto!

filo spinatoNon esiste il diritto di essere “guardati e visti” e per questo rispettati … se poi il progetto di una Nazione diventa quello di distruggere una cultura differente, l’essere guardati diventa fuoco e fiamme.

Per un tozzo di pane si diventa il “signorino” di uno dei Kapos, la necessità animale di consumare i propri istinti si fa strada anche in un luogo come il lager, dove si potrebbe pensare che fame e freddo annullino qualsiasi istinto primitivo e invece certe pulsioni spingono fuori comunque, in maniera selvaggia e animalesca.

Mi sono chiesta più volte come si può sopravvivere a tutto questo, come ci si può alzare al mattino consapevoli di dover essere mezzi per uccidere se stessi e il proprio simile … e come possono uomini con in mano il potere progettare di distruggere altri essere umani, ucciderli nella maniera più barbara, portandoli all'esasperazione  facendoli temere no la morte ma il come si muore. Sbranati dai cani, fucilati alle spalle, picchiati a morte, fatti morire di fame e di freddo … le ombre della mente umana nel progettare il male sono mille volte più temibili e orribili di qualsiasi film d’horror.

Avevo un’idea diversa del lager prima di leggere “Se questo è un uomo”, il lavoro forzato, gli orari scanditi, lavarsi in latrine sporche no per pulirsi (impossibile) ma per non perdere la dignità di essere umano che si occupa di se stesso e della propria igiene, il cibo: brodo annacquato e il paesaggio che potrebbe apparire un elemento banale in uno scenario da film d’horror ma che nel contesto incide molto sulla psiche dell’uomo: solo grigio e cemento, neve e freddo. Il nulla, il vuoto per km e km …

Per chi ancora non l'avesse letto consiglio l’edizione pubblicata dopo il 1976 quando Levi aggiunse alla fine del romanzo una serie di risposte a delle domande che gli venivano poste più spesso di altre. Lì troverete davvero una testimonianza lucida e significativa del romanzo stesso e degli eventi.

TestimonianzaUn appunto del tutto personale: ho letto che Levi si suicidò, solo lo scorso anno, attraverso delle ricerche più accurate, ho scoperto che si è lanciato dalle trombe delle scale del condominio dove viveva. Certamente non sarò io la prima a porre il mio chiaro (e silenzioso) dubbio, a insinuare che possa esserci stato un incidente. Molte persone che l’hanno conosciuto dissero che Levi non era uomo da suicidio e che l’internamento, per quanto l’avesse segnato, gli aveva dato una missione: vivere per raccontare, essere testimonianza vivente, e nel romanzo tutto questo emerge prepotentemente. Oltre al fatto che Levi aveva appuntamenti e impegni per molti mesi avvenire, io credo che il senso di tutta la sua vita stia nei suoi scritti e ancora di più nelle interviste. È solo una mia personalissima considerazione che poco conta con il ruolo di un uomo che ha reso un male così miserabile la strada della Storia.