giovedì 3 settembre 2015

Storie vere: La forza del nome.

Gloria, un nome che è un inno a Dio. Un nome che sembra il compimento di un destino. 

Gloria nacque in una fredda notte d'inverno, in casa, in un piccolo paese del Sud, da una donna la cui giovinezza era sfiorita da tempo, che aveva preso la vita a morsi pur di poterla mettere al mondo. Sacro e profano, medicina e magia non aveva lasciato nulla di intentato pur di ottenere una gravidanza, una, simbolo della sua capacità di procreare.

Gloria nacque poco dopo il ventesimo anniversario di matrimonio dei suoi genitori, da una donna forte e risoluta, matriarca, insensibile al giudizio altrui. Da un padre che era "Un pezzo di pane" e che in vita sua non aveva mai preso una decisione. 

La sua nascita era stata predetta da una zingara, che all'ingresso di uno dei più importanti e conosciuti Policlinici d'Italia, aveva afferrato la mano della mamma di Gloria, sussurrandole:"Tua figlia nascerà due volte", e la donna si convinse che era destinata a mettere al mondo due gemelle, ma poi arrivò "solo" Gloria e già quello era un miracolo.

Paffutella da piccola, sempre scalza e sporca giocava per le strade del paesello in mezzo a maschietti e femminucce, pronta a fare a botte, saltando nelle pozzanghere di fango ancor prima che Peppa Pig spuntasse all'orizzonte. Crebbe libera e indipendente, innamorata persa dei suoi genitori, per motivi diversi: sua madre la spronava a dare il meglio di sé, a coltivare i suoi talenti, suo padre le insegnava la dolcezza e la mitezza, quanto fosse importante il contatto umano. Attiva politicamente era una rivoluzionaria, scarrozzava per il paese in groppa a una vespa, indossando vestiti e maglioncini dai colori sgargianti, orecchini vistosissimi e capelli cotonati. Fumava, fumava nonostante sua madre la sgridasse in continuazione e lei con il suo fare sbarazzina le correva incontro, si sedeva sulle sue gambe e la baciava, la baciava con la sfacciataggine e la sicurezza di chi sa di averla sempre vinta. 

Gloria aveva un sogno, andare all'università, voleva partire per la capitale e rendere i suoi genitori orgogliosi di lei. Sapeva che in paese nessuno l'avrebbe voluta come nuora, nonostante i tanti corteggiatori, e lei ne rideva insieme alla madre perché aveva una visione dell'amore che non era strettamente connessa con il matrimonio, in più era convinta che c'era un tempo per ogni cosa e che in quel preciso periodo della sua vita avrebbe dovuto pensare a costruire il suo avvenire. Non voleva rimanere in paese, avrebbe anche potuto farlo: aveva una casa di proprietà che avrebbe ereditato alla dipartita dei genitori, insieme a un gruzzoletto che, se amministrato con oculatezza le avrebbe fatto vivere una vita dignitosa. Ma per lei la dignità era guadagnarsi il pane. 

Un mattino di primavera Gloria fu svegliata da forti e atroci mal di pancia. Si alzò dal letto barcollante e tentò di arrivare in cucina, senza riuscirci. Franò rovinosamente a terra, e con lei tutto il mondo che le girava attorno. Una mano tra le gambe a tentare di arginare il flusso di sangue che zampillava, caldo e senza sosta. Inzuppandole il letto.
Quando sua madre la vide non urlò. Trattenne il fiato. Capì subito cosa stava accadendo. Diede uno schiaffo sonoro al marito che già era scoppiato in lacrime e scosse la cognata che urlava il nome di Dio.
Sistemò sua figlia, la ripulì. La infilarono in auto diretti in ospedale. Un'ora di strada, tortuosa e ripida. Una strada che non dava false speranze. 
Arrivati in ospedale, la ragazza fu prelevata da alcuni infermieri. Il volto esangue, gli asciugamani fra le gambe ormai zuppi. Il corpo ancora caldo ma privo di vita già da alcuni minuti. 
A nulla valsero le suppliche del padre o i pugni che sua madre si diede in petto. Voleva sfondarselo per non aver capito. Voleva staccarsi il cuore e cederlo a sua figlia. 
Gloria, la dolce e ribelle Gloria, all'età di diciotto anni perdeva la vita in un ospedale di provincia, insieme alla creatura che portava in grembo. Un'esile creaturina rigurgitata dall'utero materno a forza di infusi di prezzemolo. Nonostante il tentativo d'aborto, la piccola si era aggrappata alla vita con una tenacia da atleta, dandosi per vinta quando ormai non c'era stato più nulla da fare neanche per sua madre. 

Gloria fu seppellita, nel cimitero di paese e tutti ne piansero la sorte avversa: morire così giovane per la perforazione dell'appendicite. Nei piccoli paesi del mondo, al Sud come al Nord è meglio morire dignitosamente e d'altro, qualcosa che non sia aborto, soprattutto se sei nubile.  Sua figlia finì nell'inceneritore, senza un nome e un padre. 
Chi era stato l'uomo che l'aveva messa incinta? Un amico, un vicino, un ragazzino, un uomo sposato, un cugino? Chi... un interrogativo senza risposta. 

Sua madre si ammalò. Smise di mangiare, si accartocciò nel letto e sperò di morire. 
Che senso aveva avuto la vita di Gloria? 
Era nata per morire appena diciottenne senza sbocciare come sua madre aveva sempre sognato. Dandole carezze e baci che adesso le sembravano così pochi. E poi, e poi... si sentì in colpa per non averla capita, si sentì in colpa per averle dato troppa libertà, si sentì in colpa per non averla guardata bene e non aver capito che sua figlia si fasciava e si avvelenava con la speranza di liberarsi di un fardello che le avrebbe impedito di realizzarsi ed emanciparsi. 
Era arrabbiata, con sua figlia. Se Gloria glielo avesse detto, lei non si sarebbe fatta scrupoli a farla abortire, l'avrebbe portata da chi di dovere senza ma e senza se. 

Accadde che il destino ci mise lo zampino. La zia di Gloria rimase incinta dell'ennesimo figlio, quello indesiderato, il bambino che "non può essere neanche il bastone della vecchiaia" perché di troppo, perché nessuno "l'ha mandato a chiamare". La mamma di Gloria saltò giù dal letto, riprese di nuovo vigore. "Fermi tutti, è la mia Gloria che sta per rinascere, la zingara l'aveva predetto". Il patto era già stato fatto ancor prima che fossero pronunciate le parole. La bambina, perché di bambina si trattava, nacque e fu battezzata con il nome di Gloria. Le fu assegnata la stanza di sua cugina, i suoi vestiti  e il suo destino, nonostante la nuova nata era una bambina timida e introversa e aveva paura di tutto e di tutti. Crescendo, la nuova Gloria provò a modificare la camera, a chiedere che le fosse acquistata una moto diversa dalla Vespa della cugina, e sperò di poter ottenere jeans e magliette nere, ma le madri, putativa e naturale, sbraitavano ricordandole che in lei viveva una parte della Gloria precedente e costei non sarebbe mai  stata così ingrata. 

La nuova nata crebbe dietro "l'ombra" mai seppellita della cugina, la sua essenza aleggiava in tutta la casa, ovunque lei andasse, e quel profumo le faceva venire il vomito e il mal di testa. Non aveva un posto nel mondo, perché era invisibile, una morta stava vivendo la sua vita attraverso il suo nome. Provò, ci provò con tutta se stessa ad essere Gloria, provò a farsi piacere l'estate e il caos, la politica e i gatti, ma lei amava la solitudine, la musica metal e il nero. Lei voleva starsene al chiuso a leggere e scrivere. Non voleva salvare il mondo, poco le fregava dell'umanità,  di piantare alberi e salvare balene, voleva solo vivere e avere un nome, un nome che la identificasse. 

Smise di mangiare. Iniziò a tagliuzzarsi. Piccole strisce sulle braccia. Si mordeva il labbro tanto da crearsi delle ulcere, difficili da curare. Le sue due madri la portarono da diversi specialisti, alla fine furono costrette a contattare uno psichiatra. Questi consigliò (dopo averle prescritto un trattamento farmacologico) di ribattezzarla con un altro nome e di farle cambiare paese. 

Fu un colpo al cuore per la mamma putativa. Così la sua Gloria sarebbe morta per sempre. 
La nuova Gloria, isolata dal mondo in preda a crisi d'ansia accettò di trasferirsi. 

Il vero papà di Gloria accettò un lavoro all'estero (era già nell'aria il progetto di lasciare l'Italia), sarebbero partiti tutti. I tanti fratelli di Gloria (che considerava, e da cui veniva considerata, cugini e con cui non c'era nessun rapporto d'affetto), i genitori naturali e quelli putativi. Un viaggio lungo che travolse la vita di tutti e di cui molti avrebbero fatto a meno. 


Fuori dall'Italia, su suolo straniero, lontana dalla propria terra, Gloria chiese ai suoi genitori naturali di poter scendere dall'auto perché aveva necessità di andare in bagno. Mentre lei si allontanava i suoi parenti ne approfittarono per ristorarsi con caffè e ciambelle. Dopo mezzora si resero conto che Gloria non tornava, i fratelli andarono a cercarla. Di Gloria non c'era traccia. 
Fu un continuo urlare il suo nome, ovunque, per strada, nei bagni, chiedendo aiuto agli altri automobilisti, ma nessuno capiva perché tutto quel gesticolare, quell'urlare in un dialetto sicuramente italiano. 
Questa volta la mamma putativa di Gloria urlò, urlò con tutta la rabbia, il dolore, che aveva trattenuto in quegli anni. 


Gloria non fu più trovata. In molti (comprese le forze dell'ordine del posto) si convinsero che avesse chiesto un passaggio a qualche automobilista che si era fermato per fare rifornimento. E che una volta lontana abbastanza aveva fatto rotta verso la Gran Bretagna. Parlava correttamente l'inglese e con sé aveva una sacca, nessuna delle sue madri seppe dire cosa potesse contenere. 

Il padre putativo di Gloria morì due giorni dopo la fuga, delirando che "Avrei dovuto impedire questo scempio, c'è l'avrò per sempre sulla coscienza. Maledetta donna!", la madre putativa morì qualche anno dopo la scomparsa della ragazza. Anche lei in preda ai rimorsi. 

I genitori biologici sono tornati in Italia quest'estate per vendere tutte le proprietà e rientrare all'estero dove ormai fanno da baby sitter ai nipotini. 
Sono convinti che Gloria sia partita per l'America o l'Australia e che oggi sia felice. Lo dicono piangendo, con i cuori gonfi di dolore e rimorsi. Con il terrore negli occhi che sia un'illusione, una bella e colorata bugia, da ripetersi all'infinito per non impazzire. 

2 commenti: